A come ambizione.

Apri il dizionario, vai alla lettera A e scorri il tuo ditino magico fino alla parola “Ambizione”.
Anzi googlalo.
Ah, lo stavi già facendo? Ottimo.
Dunque caro amico, l’ambizione è il sentimento di ambisce.
E fin qui non fa una piega, penserai, scambiandomi per idiota. Ambire a cosa? e, soprattutto, perché?
Noi, esseri umani, fatti di carne, ossa, sangue, passione, idee, sentimenti, paure, abbiamo la tendenza a proiettare i nostri disegni mentali; a immaginare la vita che verrà e tu, persona, dentro di essa, parte di integrante, attore protagonista; a ipotizzare un futuro più o meno sostenibile. Lo facciamo già involontariamente da bimbi, quando i cosiddetti adulti, strappandoci dal mondo delle fate e reclamando la nostra attenzione, ci chiedono: – cosa vuoi fare da grande?-. Sono momenti decisivi. Noi, bambini cresciuti, al tempo rispondemmo l’astronauta o la principessa. Oggi ci sembrano risposte affrettate, dovuto sicuramente all’età acerba, ma vi garantisco che si trattava già di prime, timide, silenziose, nascoste, ingenue ambizioni.
Con questo voglio dire che l’ambizione è insita nella nostra natura. Allora perché crescendo è diventata quasi una parolaccia, una cosa di cui vergognarsi, abbassando lo sguardo? Io ho un’ipotesi e vorrei condividerla. Con voi, se volete. Allora la scrivo qui, intesi?
Forse -e dico forse perché la verità assoluta non l’hanno ancora messa in vendita al supermercato- noi esseri umani ci accontentiamo un po’ troppo, oggigiorno. Pensiamo che, visto che le cose e il mondo non sono sempre rose e fiori, forse è troppo egoista ambire, sperare, ardere di passione ed esigere sempre il meglio, da noi e dagli altri. Per noi e per gli altri.
Ci siamo, forse, un po’ troppo abituati al ruolo di piccolo essere umano. Niente di male ad essere piccoli ed umili. Il problema subentra quando tutta questa prepotente umiltà imposta dall’alto, ci rende tristi e pieni di sconforto, rispetto alla vita. O, nei casi peggiori, inermi nei confronti della vita. Perennemente annoiati e delusi. Ci guardiamo allo specchio e ci diciamo: – Tanto … a cosa serve?-.
Ecco, a queste persone annoiate, servirebbe un flacone di autostima, per prima cosa, ma soprattutto una cura di sana ambizione. L’ambizione non è cattiva come ci hanno fatto credere di tanto in tanto. Come molte cose, va somministrata nelle giuste dosi, senza mai provocare del male a chi condivide la vita con noi e ci cammina a fianco. Perchè, non prendiamoci in giro, amare e sopportare tutti è matematicamente impossibile; piacere è tutti men che meno; ma causare del male deliberatamente è come sfregiare, sciupare, sfigurare il volto della nostra (meravigliosa) vita. Ambire, desiderare sempre il meglio, è indispensabile per la sopravvivenza quotidiana.
Io, da tempo ormai, mi sveglio felice alla mattina. Certo, ci sono volte che proprio la scaraventeresti fuori dalla finestra, quella dannata sveglia. Però io sono felice. Sono felice non perché mi va tutto bene, anzi, ma perché metto la passione in ogni cosa che faccio, desidero ardentemente, ho una continua fame di vita. Ogni mio piccolo gesto, ogni fottuto giorno, è votato al cambiamento e al progresso.
Perché, come diceva qualcuno, solo quelli che sono abbastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano veramente.

Antipasto d’Estate.

Maggio è uno dei mesi che preferisco, insieme a Giugno.
Si, perché è un po’ la porta dell’estate: un batter d’occhio e giugno ha già superato la sua metà.
Maggio è il sole caldo e la pelle che profuma d’estate.
Maggio è la sera che pian piano, si riempie di suoni e voci; la casa con le finestre aperte, il cambio di stagione, l’odore di grigliata nell’aria, la voglia di thè freddo, le serate con i tanto attesi amici; la bicicletta con la ruota a terra, provato da un inverno infinito, passato in garage.
Un anno fa a Maggio, stavo scrivendo la mia tesina d’esame, tra panico ed eccitazione.
Quest’anno Maggio è pieno di promesse e di aspettative: il mio primo anno da universitaria si avvia, gradualmente, verso la sua fine. Non dico che sia stato facile e leggero ma, almeno fin qua è stato bellissimo. Di alti e bassi ce ne sono stati parecchi, ma mai come negli ultimi mesi ho sentito di avere la possibilità di imparare così tanto in così poco tempo. E, nonostante tutto, ho incontrato davvero delle belle persone, che condividono con me gioie, giramenti di scatole, risate a non finire, stanchezza, paturnie e trip infiniti da aspiranti designer.
Li chiamo amici, io.
Ancora alcune settimane e sosterrò un esame per e con i miei grandi amori: la musica e la chitarra. Panico, ma anche felicità alle stelle.
Maggio è una fitta rete di impegni e una vita un po’ frenetica, un po’ di corsa; perché se devo dare 100, preferisco dare 1000 e impegnarmi al massimo, senza sosta. La passione e la dedizione illimitata per il proprio lavoro e per le proprie passioni, paga sempre. Nonostante tutto.
Maggio è avere la possibilità di collaborare con un team di creativi che inventano ogni giorno qualcosa di nuovo, idea dopo idea, per un magazine online che sfida i pregiudizi ed è molto di più di una manciata di paroline scritte bene.
Maggio è l’antipasto dell’estate. Gustoso e invitante, ma anche un po’ amaro. Si, perché passano gli anni, non te ne accorgi immediatamente,
ma invecchi un po’.
Si invecchia ogni secondo.
E ti sforzi di non fare il nostalgico, il sentimentale; ti sforzi di goderti ogni minuto senza buttare niente.
Ma ti accorgi anche che alcune cose non tornano più e allora i ricordi, così, inspiegabilmente, parcheggiano nella tua testolina, annebbiata dall’eccitazione del presente.
Non pensi al passato con rimpianti o rimorsi, non sempre almeno, ma ci pensi con il desiderio di riviverli un po’. Come uno di quei piatti che mangiavi da piccolo e vorresti assaggiare di nuovo quel sapore. Metterne in tasca un pezzettino e portarlo con te nel presente.
Quanto pagheresti per rivivere giusto alcuni secondi del passato? Premere rewind e riavvolgere gli anni come i nastri delle vecchie cassette.
Quanto paghereste?
Io non so, ma sicuramente un cifra considerevole e forse addirittura inestimabile.
Rivivere le persone.
Come si fa con i vecchi vestiti: quelli che tiriamo fuori dal cassetto “imbarazzo adolescenziale” e riproviamo ostinatamente per vedere l’effetto che fa, per ridere di noi allo specchio, esorcizzando il
tempo che passa.
Rivivere le persone che oggi mi mancano di più, giusto per qualche secondo, giusto il tempo di un abbraccio.
Il tempo di digerire e cancellare un po’ di quell’amarezza che mi si forma, quasi sempre e un po’ di più anno dopo anno, al primo assaggio d’estate.
Oggi vorrei, più che mai, riviverti un po’.

Romanticismo fasullo per quella sagra di San Valentino.

Bene, signori.
Siamo ormai giunti a Febbraio, il mese più corto che si dilegua con una manciata di giorni senza troppi convenevoli. Nessun “permesso, scusi, tornerò”. Febbraio è un po’ così, piccino piccino, stritolato dall’imponente Gennaio e dal ventoso e pazzerello Marzo.
Ma veniamo a noi ed entriamo nello specifico.
Siamo quasi giunti alla metà; e qual è la data che si segna sul calendario di questi tempi? Vi do un indizio, è una festa che porta il nome di un santo con la V.
Volete comprare una vocale? No dai, è fin troppo facile.
Bravi, proprio quello.
San Valentino, la cosiddetta Festa degli Innamorati.
Ecco, io non voglio essere cattiva, però vorrei che mi si spiegasse una o due cosette.
Ordunque, qualcuno mi spieghi tutta questa messa in mostra di amore preconfezionato e predosato.
“La festa degli innamorati”.
Ma i cosiddetti innamorati non dovrebbero amarsi giorno dopo giorno? Amarsi veramente, esserci l’uno per l’altro anche solo con un gesto o una parola. Stimarsi.
A me pare che San Valentino sia più una goduria, una cuccagna per fioristi, supermercati, pasticcerie e, per quelli di manica larga, gioiellieri, più che per i cosiddetti innamorati. Questo bisogno di suggellare l’amore con sti cioccolatini e queste beate rose rosse.
Ma smettiamola, per cortesia.
Amatevi e lasciateci in pace, senza dover subire le vostre smancerie da quattro soldi. E ti amo di qui e ti amo di là, ma per carità. Qualcuno deve spiegare a questi giovini e meno giovini che i cioccolatini con la carta argentata e le stelline blu, sono in vendita tutto l’anno, non solo in codesto giorno. E pure i pupazzetti che reggono tra le zampe il cuoricione morbidoso con inciso sopra, in un font discutibile, “ti amo” … lo sanno che erano gli stessi che si pescavano alle sagre di paese e ai Luna Park con i “pinzoni”.
Basta per cortesia. Nessuno vi ha mai detto che esisto mille altre idee, se proprio volete sugellare il vostro amore in questa festa inutile, in questa sagra ridondante? Non esistono solo le rose rosse; quelle lasciamole a quel signore di Ranieri … tanto provateci pure, ma lo stile, dicevano, non è acqua: le vostre milleseicento rose, pagate oro, saranno sempre un po’ più appassite, un po’ meno rosse, un po’ meno profumate.
Una rosa rossa a San Valentino è banale. Fine. Punto. Stop. A capo.
Persino un mazzo di carote è più originale.
Kilometro zero, a sostegno dell’ambiente.
Si mangia, pure.
Giusto per i tempi di crisi.
Non so se ricordate, ma alcuni anni fa, andava di moda acquistare dischi con canzoni d’amore. Si trattava di vere e proprio compilation, non troppo economiche. Piuttosto bruttine anche nella grafica. E il destinatario di turno sentiva di avere, pensate un po’, un’amante colto e raffinato. Un vero intenditore. Ma per carità. Inutile dire che in queste compilation rientrava qualsiasi canzone con la parola amore e una melodia dolcemente noiosa. Certo rientrava anche la famosissima e inimitabile di “Je t’aime” di Serge Gainsbourg con Jane Birkin. Peccato che questi piccoli ed insignificanti amanti, probabilmente non sapranno mai chi sono queste due (discutibili) leggende.
Che tristezza. Stendiamo un velo pietoso. Sipario, va.

C’è chi dice che i single sono cinici, solo perché divorati dall’invidia. Questo non posso asserirlo con certezza, le mie parole sono mosse dal (mio, personalissimo) buonsenso. Si tratta di un punto di vista come un altro.
Ma, vi prego, spiegatevi un’altra cosa: che significato ha assunto l’aggettivo “romantico”? E’ forse romantico googlare “frasi d’amore x san valentino”? E’ romantico regalare cioccolatini? E’ romantico un mazzo di rose? E’ romantico sognare in eterno il lieto fine? E’ romantico esasperare i propri sentimenti nei confronti di una persona che nemmeno ti calcola? E’ romantico ciondolare indolenti mano nella mano con il proprio energumeno?
Sono queste le cose che danno il diritto alle persone di definirsi Romantiche?
Come coloro che si definiscono “solari”. Ma, di grazia, cosa vorrebbe dire? Significa che siete forse delle lampadine? Non so, vi accendete forse? Bah.
Io ho sempre creduto che il romanticismo fosse altra cosa.
Un movimento culturale denso e complicato, non alla portata di tutti.
Il romanticismo come Sturm und Drang, come esotismo ed esaltazioni dei sensi; il romanticismo avverso alla ragione, non razionale; romanticismo come Sehnsucht; piacere come l’attesa del piacere stesso.
Credevo che il romanticismo fossero le grandi parole dei romanzieri e le imponenti parole di Wordsworth, Keats e compagnia, o del nostro Foscolo.
Credevo che il romanticismo fosse l’arte sublime di Friedrich, Turner e soci; la sensualità e la verità delle opere Preraffaellite.
Credevo che il romanticismo fossero l’asprezza e, allo stesso tempo, la dolcezza delle parole dei romanzieri inglesi.
Credevo che il romanticismo fosse la somma di queste arti, la passione cieca, l’esaltazione dei sensi, la fusione dell’uomo nella natura. Allora io sono una romantica, secondo la vera accezione di questa parola.
Francamente non pensavo che tutta questa complessità, che tutta quest’arte divina (per quale bisognerebbe essere grati ogni santo giorno), fosse contenuta in uno stupido peluche.
Difatti non lo è.
Oggi il romanticismo è stato profanato, mercificato, venduto al miglior offerente, a favore di un’etica popolare.
Tutti oggi si definiscono romantici, senza sapere cosa si cela dietro una singola parola.
Essere romantici è diventato Pop.
Per questo mi indigno vigorosamente davanti a queste manifestazioni di romanticismo Pop.
Abbiate pietà, per cortesia.
Che poi, qualcuno ha spiegato a questi pseudo-aspiranti-finti-romantici che, i romantici, quelli veri, soffrivano come dei cani a causa delle loro intuizioni, delle loro sensazioni, in un mondo grigio dominato dal razionalismo di stampo illuminista. A me, voi pseudo-aspiranti-finti-romantici, sembrate in salute, belli coloriti e baldanzosi. Come dire, di romantico non avete nemmeno l’allure.
Detto ciò, amatevi pure, copritevi pure di regali scadenti e stereotipati.
Regalatevi cioccolatini e gironzolate manina nella manina. Comprate una rosa e consumate l’ennesimo barile di “ti amo” al gusto melassa.
Tanto so che le mie parole sono troppo dissonanti per diventare legge o quantomeno far riflettere.

Persino un paio di calze (serie) è meglio di qualsiasi regalo che tu abbia mai pensato, tiè.
Buon San Val… ah no.

“OH, TELL ME THE TRUTH ABOUT LOVE” – W.H.AUDEN

auden

C.

L’ultimo giorno dell’anno.

Oggi è il Trentuno Dicembre Duemilaquindici.
Trecentosessantacinque giorni fa, qualcosa iniziava e qualcosa finiva. Dicono sia il ciclo della vita.
Francamente questo giorno mi sembrava lontano anni luce, e invece, eccoci qua, a guardare fuori dalla finestra il giorno che muore e la sera che aspetta di fare la sua maestosa comparsa.
La notte dell’ultimo dell’anno è forse la più attesa: i più audaci e festaioli fanno progetti già dall’autunno.
Altri si svegliano la mattina del trentuno e partono alla ricerca dell’ingrediente sorprendere, dell’abito più scintillante, dell’oggetto più inutile di tutto l’universo, ma che sarà in grado di trasformare una serata qualunque in una da ricordare, al bar con i tuoi quattro amichetti, nei giorni successivi all’hangover dei primi dell’anno.
Altri programmano tra le cinque e le sei del pomeriggio, quali film guardare in serata; così da entrare con passo deciso in videoteca, progettando il percorso più valido per raggiungere lo scaffale “commedie”, senza apparire più sfigati di quanto si suppone di essere.
Altri non fanno niente.
Altri lavorano la sera dell’ultimo dell’anno.
Altri amano.
Altri ancora suonano.
Altri scrivono.
Per me è sempre strato un giorno di transizione.
Capisci che qualcosa sta finendo e allora ti metti a pensare. Si perché a volte noi piccoli uomini abbiamo la mania di maledire la nostra stupida, folle, avida, cattiva, ingrata, stronza, malvagia, inutile, piena, stressata, caotica vita.
Raramente ci fermiamo e ci rendiamo conto di quanto la nostra vita sia preziosa; non perché è qualcosa di sconvolgente, ma solo per il fatto che siamo vivi e possiamo dire, andare, fare, sperare; siamo parte di un tutto, abbiamo la possibilità di fare qualcosa di bello, di creare.
Siamo vivi, ma troppo spesso lo dimentichiamo.
E allora se il passaggio a livello si abbassa proprio mentre stiamo arrivando, in ritardo, la nostra vita è un cacca di bufala. E se prendiamo un brutto voto, se l’amore ci abbandona, se rovesciamo il caffè, lo zucchero, il sale, la marmellata, se piangiamo, se rimaniamo delusi, se il vestito che puntavi da mesi non è in sconto, se si tira un filo del maglione, se non rivedrai mai più quel barbuto che hai visto ieri al panificio, se, se, se … la vita è una merda.
Si, signori ci guardiamo allo specchio e ci lamentiamo, ci lamentiamo ogni giorno, chi più chi meno. Ci lamentiamo per cose futili; abbiamo una gran vena drammatica, siamo attori nati.
Attori scadenti, perché non ci accorgiamo che fra mille ostacoli, tra mille intemperie, la vita è meravigliosa. E non importa se non sempre va come ci aspettiamo, ma siamo qui, vivi e possiamo assemblare nuovamente il puzzle.
L’ultimo giorno dell’anno per me è il giorno per riflettere e fare bilanci.
Questo 2015 per me è stato un anno ricco di avvenimenti.
Un anno in cui sono cresciuta; un anno in cui ho salutato di nuovo uno dei pilastri della mia famiglia, che partiva per una nuova grande avventura all’estero, uno dei pilastri a cui tengo di più e di cui sono orgogliosa;
Un anno in cui ho visto nuove città e ho camminato su nuove strade.
Un anno in cui ho visitato università dopo università, trovandomi di fronte a una scelta importante quanto difficile. Forse per la prima volta ho capito veramente cosa voleva dire Kierkegaard con la sua angoscia, dovuta all’infinita possibilità di scelte. Cosa fare? Dove andare?
Un anno in cui ho dovuto affrontare la tanto chiacchierata maturità. Un anno in cui ho amato il mio liceo più del solito, perché ho realizzato quanto siano stati belli quei cinque anni, che nonostante la matematica e i casini vari, sono stati cinque anni magnifici, talvolta in ottima compagnia; ho apprezzato e gustato ogni minuto di lezione e i miei cari professori, che mi hanno insegnato qualcosa che va oltre i libri scolastici.
Un anno pieno di musica, perchè questa è la mia passione … non sarò certo una grande chitarrista, ma senza musica io non so stare. La mia giovane vita non avrebbe senso senza di essa. La musica mi ha aiutato a crescere, è stata una fedele compagna.
E nella mia scuola di musica ci sono le persone che, al di fuori della mia famiglia, mi conoscono di più, mi conoscono nelle espressioni del viso, nel tono della voce, in ogni più piccola sfumatura. Per questo la considero la mia seconda casa; perché casa non sono solo quattro muri di mattoni e due finestre, casa è dove stai bene, dove impari a crescere.
Un anno in cui ho imparato, solo un pochino, ad essere meno rigida con gli altri.
Un anno in cui ho avuto la meravigliosa opportunità di esporre le mie illustrazioni piccole, che non vuol dire solo appenderle a un muro e guardarle da un altra prospettiva. Significa, per me, comunicare parte di me stessa al mondo, agli occhi e al cuore di chi passa e butta un occhio. Ad Aprile ho esposto per la prima volta, emozione gigantesca, paura di fallire miseramente. Ad Ottobre la seconda grande opportunità, esporre al festival Blues Made in Italy, che ho sempre apprezzato da semplici visitatrice. Fa un certo effetto essere un espositore. Esporre la tua modesta arte strampalata, stringere mani e contatti, ascoltare la musica più bella del mondo giusto sotto il palco, incontrare amici che sono passati per un saluto.
Un anno dove ho letto per la prima volta Oriana Fallaci, l’anno in cui ho riletto forse per la terza volta Jane Austen, l’anno in cui ho riletto 900 e il genio di Baricco, l’anno in cui ho scoperto Lawrence e Hardy, l’anno in cui ho amato Wilde, l’anno in cui ho rivalutato Cime Tempestose.
Un anno di libri e parole, non tante quanto vorrei, ma comunque una discreta quantità.
Un anno pieno di arte. L’anno in cui mi sono riscoperta amante dell’architettura e della poesia di Mies Van Der Rohe e Frank Lloyd Wright. Un anno in cui ho amato nuovamente i preraffaelliti, Klimt e l’art Nouveau. Un anno in cui ho capito di non riuscire a vivere senza Arte.
Un anno pieno di film. Quelli nuovo e gli intramontabili, adorati, classici.
L’anno in cui ho acquistato, in una tiepida domenica di Maggio il vinile di Billie Holiday.
L’anno in cui ho esposto i miei lavori ad olio due volte, in compagnia della mia classe e di un professore che mi ha insegnato molto e ho scoperto vagamente simile a me.
L’anno in cui ho passato i rientri scolastici del Martedì, a palare di musica, moda, artisti, vita con i miei professori.
L’anno in cui ho conosciuto personcine nuove, che meritano ogni centimetro della mia stima; certo non sarà gran cosa, ma la proteggo del caos quotidiano. Persone di una sensibilità unica, che anche in poco tempo mi hanno lasciato molto e cui spero di collaborare nuovamente.
L’anno in cui ho fatto ben due vacanze, sempre con la chitarra in spalla. L’anno in cui ho avuto l’opportunità di suonare con Xantonè Blacq, tastierista di Amy Winehouse, persona umile e grande artista.
L’anno in cui, tra incoscienza e felicità, ho spedito una cartolina per salutare un amico lontano, che stimo molto.
L’anno in cui mi sono messa alla prova, provando ad entrare alla Libera Università di Bolzano.
L’anno in cui ho affrontato diverse prove d’ammissione, per poi ricevere la tanto attesa email, proprio prima di suonare con la belle personcine dello European Music Camp in quel di Garda, in una serata calda di Luglio.
L’anno in cui mi sono trasferita, almeno per metà, in una città con una storia da raccontare, una storia importante, una città bilingue, multiculturale e densa di vita. Una città che mi dato nuova linfa e mi affascina mattina dopo mattina. Una città fredda, ma con il sole e il sorriso tutto le mattine, una città incorniciata dalla maestose montagne, una città giovane e dinamica.
Una città dove ho conosciuto tanti ragazzi come me, tutti con uno zaino pieno pieno pieno di speranza. Ragazzi da ogni remoto angolo del nostro bel stivale, ma anche dai numerosi stati e staterelli che compongono la nostra stanca ma bellissima Europa.
Ragazzi che come me hanno voglia di fare e vogliono costruite qualcosa, non necessariamente migliore, ma sicuramente diverso.
Ragazzi che come me, sono attenti ai particolari, ai colori, alle sfumature, agli spessori, ai materiali. Attenti, in un mondo di gente distratta che vede solo in bianco e nero. Ho incontrato quelli che mi sento di chiamare amici, con cui condivido il mio tempo e me stesse quasi senza filtri.
Questo 2015, è stato un anno pieno di eventi, avvenimenti ed episodi. Un anno pieno di persone, sia di quelle che ho preferito abbandonare, sia di quelle che ho avuto il piacere di conoscere e di accogliere nella mia vita. Nella mia vita normale, perché non sarà sempre perfetta, non tutto va sempre come vorrei, ma sono contenta così, perché è meraviglioso esserci e vedere, toccare con mano, assaggiare, gustare, liberare, sognare questa strana vita, ogni santo giorno. Per questo ogni santo giorno, sono grata e riconoscente per questa opportunità immensa.
Il mio proposito per questo nuovo giovane anno, già pronto ai posti di blocco, è quello di ricordarmi di questa meraviglia ogni giorno, evitando di cadere … anzi di no, cadendo e rialzandomi ogni volta. Perché che cosa sarebbe la vita senza ostacoli? Noia. Grigia, antipatica, inutile noia.
Forse oggi ho scritto troppo, forse ho parlato troppo di me, forse i bilanci vi fanno addormentare, forse vi siete annoiati a morte, forse avete smesso di leggere molto righe fa … non importa.
A chi è rimasto: vi chiedo perdono per le millesettecentoquaranta parole, per i mille “meraviglioso” che ho scritto e per qualche eventuale scorbutico errore e vi auguro con tutto il cuore di godervi questa serata, come tutte le serate della vostra (bellissima) vita. Non pensate che questa notte sia qualcosa di meglio, qualcosa di magico … Con l’anno nuovo, impegnatevi a trovare la magia e la felicità ogni giorno, anche, e soprattutto, nelle piccole cose.
“Capodanno a New York” è solo un film e se rimanete bloccati in ascensore non troverete stanotte, ne probabilmente mai, Lea Michele o Ashton Kutcher a farvi compagnia.
Capodanno è solo una chiara, bellissima, promettente alba.
E’ solo la prima di una serie.
Stasera brindate alla vita, va.
Auguri.

Ecco per voi, qualche poetico e vibrante scatto dell’alba di questa mattina; catturata dalla mia cara amica Luna, innamorata del cielo.
31/12/2015, 6:30 AM
“Le cose piccole di Claudia” tornerà scattante, parola dopo parola, a Gennaio … che tra l’altro è il mio mese preferito.

 

 

Ph: Eleonora Lunardoni

C.

 

Scrivo un articolo per Natale.

Ecco è già arrivato anche Natale e lentamente sta scorrendo via. Sta già preparando le valige e farsi rivedere tra un anno.
Cos’è il Natale? Un giorno segnato in rosso sul calendario, un’abbuffata di cibo, un periodo in cui spendiamo tanto, una festività religiosa … davvero non saprei.
Una cosa che so, però è questa: Natale per me è un giorno da spendere con la famiglia, anche a distanza di chilometri e miglia. Natale è un giorno da spendere raggomitolati nel plaid tartan sul divano. Natale è un giorno per guardare film noleggiati alla blockbuster, un classico.
Natale è riguardare per la ventesima volta “The Holiday”, senza mai stancarsi, come me.
Natale è un giorno di riposo.
Natale è scartare i regali.
Natale è un giorno per stare insieme.
Natale è un giorno dove ricordare i tempi andati, chi eravamo e chi non è più con noi.
Natale è l’abbiocco dopo pranzo.
Natale è il pandoro o il panettone.
Natale è la Messa di mezzanotte per chi crede o per chi è ancora sveglio.
Natale è la neve che vorremo vedere fuori dalla finestra, ma che a noi di pianura causa solo mille pensieri in più.
Natale è l’albero con le lucine e la palline dall’anno scorso, per ne abbiamo tante e sarebbe uno spreco ricomprarle.
Natale è organizzarsi per tempo, pensare a ogni minimo dettaglio per fare i regali, e poi arrivare sempre alla vigilia. Di corsa, con la carta regalo riciclata.
Natale sono le lucine trash sui balconi.
Natale sono i biglietti spediti alle persone lontane che però ci scaldano sempre il cuore.
Natale sono gli amici, anche quelli che non ti rispondono.
Natale sono le feste all’università con gli amici che non avresti mai pensato di incontrare.
Natale è Mariah Carrey che risuona nell’aria e che ha venduto più con “All i want for Christmas” che con tutti gli altri pezzi della sua vita.
Natale è Chuck Berry con la renna Rudolf. Natale è un bel disco.
Natale è il calendario è l’AdventsKalender, pieno di dolcetti.
Natale è fermarsi e pensare.
Natale è scrivere qualcosa per voi.
Natale è Natale.
Una cosa che invece non è Natale è essere più buoni. Questo è un luogo comune. Non bisogna essere più buoni, bisogna essere quello che si è tutto l’anno, altrimenti state mentendo; mentite spudoratamente, nascosti dietro una facciata di finto buonismo preconfezionato.
Natale è il tempo per essere sé stessi, esattamente come ogni altro giorno dell’anno.
Quindi cari presunti lettori, vi auguro un sereno Natale, da spendere con le persone che amate e che vi amano.
Mangiate un’altra fetta di pandoro in più, mettete su un buon disco e premete play. Per un giorno almeno, siate allegri e grati a questa vita un po’ strana e frenetica, ma infinitamente meravigliosa.

E già che ci siamo vi consiglio un po’ di buona musica.
Proprio oggi è uscito, in free download, il disco dei Marvis.
Marvis è il progetto di due meravigliose personcine che ho avuto il piacere di conoscere: Irene Ghiotto e Fabio Cinti.
Persone di una sensibilità unica che meritano ogni millimetro della mia stima; non sarà gran cosa … ma la riservo per le persone speciali, la costudisco dal caos del quotidiano, dalle intemperie dell’ignoranza e della futilità.
Questo è uno di quei doni preziosi da conservare in quell’organo in alto a sinistra che chiamano cuore.
Ecco il link: http://projectmarvis.com
Ascoltate e condividete.
Perché regalare musica non è per niente scontato.

Buon Natale.

C.

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Il carattere dei Mesi.

Buonasera mondo.
E’ arrivato anche Dicembre, ve ne siete accorti?
Adesso che ci stavamo abituando alle foglie per terra, adesso che ci stavamo abituando al velo leggero di brina la mattina, adesso che la nebbia iniziava ad inghiottire, ingorda, il giorno.
E invece è già Dicembre: è già tempo di giacche pesanti, sciarpone calde, cioccolata calda, un divano sul quale accoccolarsi con il plaid tartan e una playlist di spotify che attende soltanto di essere ascoltata. Un po’ come le persone no?
Si dice che questo sia il periodo in cui siamo tutti più buoni. Credo sia una cagata, francamente.
Però da una parte, posso capire il ragionamento sotteso a questa frase di circostanza, ammesso che ce ne sia uno.
Credo che significhi che a Dicembre si percepisce di più la voglia di passare del tempo con qualcuno, di stare al caldo fisicamente ma anche emotivamente, di stare protetti, vicini. Non importa con chi: con il gatto, la mamma, l’amico, la famiglia, il cane…
Di gustarsi la tranquillità; di prendersi cinque minuti per riflettere.
Prendersi cinque minuti per guadare fuori dalla finestra. Prendersi cinque minuti, anche dieci va, per ottima musica.
Non so bene come tradurre in parole questa sensazione.
Provate a pensare, però: tutti i mesi hanno un loro carattere, come le persone.
Ecco come la vedo io:
Gennaio è un po’ indolente, è l’inizio di qualcosa di nuovo, è carico di speranza ma allo stesso tempo timoroso. E’ tempo di fare progetti, senza correre però. Fino al Sei siamo tutti in ferie. O forse no?
Febbraio raccoglie la sfida di Gennaio, è il mese in cui la macchina organizzativa si mette in moto. Febbraio si alza la mattina e, così, deliberatamente, sorride al mondo … perché sa di essere breve e vuole lasciare un segno, vuole lasciare del materiale su cui lavorare a…
Marzo. Ah, marzo si che è frizzantino. Si, perché la primavera si comincia a percepire. Ormai l’anno vecchio è andato, è cosa lontana. Le delusioni di un tempo hanno ormai salpato dal porto della nostra mente. I dolci e le prelibatezze di dicembre sono ormai un indistinto sapore, dei ricordi tra tanti. Salvo poi, che qualcosa o qualcuno non li faccia riemergere. Un po’ alla Proust.
Aprile: Ad aprile fa caldo, le margherite sono già sbocciate se tutto va bene, gli alberi si sono già rivestiti e abbiamo una gran voglia di scaldarci le ossa al sole.
Maggio: maggio, maggio, maggio … caldo, sole, l’estate è dietro l’angolo, l’eccitazione è alle stelle … ormai ci siamo. Come quando da piccoli scartavamo velocemente l’ovetto Kinder alla ricerca della sorpresa. Per i liceali è il mese degli ultimi sforzi, si fanno i conti per vedere se tutto quadra. Per i maturandi, è un mese d’ansia come gli altri otto. Forse.
Giugno è sempre stato il mio mese estivo preferito, perché c’è energia, il caldo è ormai di pubblico dominio. Prepariamo mentalmente il programma per l’estate. Cosa faremo, dove andremo, chi incontreremo. Scriviamo delle storie bellissime, nella nostra mente. Le delusioni non erano in vendita.
Se giugno fosse un colore sarebbe un bel arancione pastoso.
Giugno sono le assemblee di fine anno a scuola, le prime ferie, i supermercati che si riempiono di costumi e stand di creme solari, una meglio dell’altra, dicono.
Giugno sono una serie di promesse, un pacchettino, un frutto succoso da mordere.
Luglio. Mmm luglio è a tratti frenetico a tratti indolente. Caldo c’è caldo. Le sere d’estate in pianura, umidità e zanzare, ma la luna come ricompensa. Ogni tanto un temporale, di quelli cattivi, con i lampi e i tuoni, il vento, l’aria fresca; quella che ci costringe a coprirci con il misero lenzuolino estivo che alloggia solitamente ai piedi del letto. Arriva la mezzanotte, il campanile suona e ti sembra ancora giorno.
Luglio sono i festival, sono le magliettine di cotone, i saldi dell’inutile, l’offerta del secolo, le mille bottigliette d’acqua, le docce frequenti per scacciare via l’afa invadente, le foto dei bei tramonti, gli aperitivi con quelli che ritieni tuoi amici.
La pelle profuma di estate.
Luglio è Giuni Rosso che risuona nell’aria. Capolavoro.
“…Quest’estate voglio divertirmi per le vacanze
Un’estate al mare
Voglia di remare
Fare il bagno al largo
Per vedere da lontano gli ombrelloni-oni-oni…”

Agosto: gli ultimi saldi, per alcuni le ultime vacanze.
Agosto sono le vetrine che presentano già la collezione autunnale e noi che nei negozi fingiamo di non vederla, la nuova collezione, perché siamo ancora convinti che ci sia qualcosa di buono, da recuperare, da salvare dai saldi, qualcosa che non abbia novantanove come ultime cifre del prezzo. Una bella cifra tonda in rosso e dritti alla cassa.
Qualcosa che desideriamo proteggere dal freddo magazzino in cui altrimenti finirebbero, in vista di un’estate futura.
Agosto è la consapevolezza che qualcosa comincia a scivolarci dalle mani, anche se cerchiamo di stringerlo in un pugno per presentarlo ai mesi autunnali. Non a caso, Agosto è il mese in cui tutte le radio, per scherzo o meno,fanno partire il classicone dei Righeira “L’estate sta finendo”.
Lo so che stai ridendo, ma tanto è vero.
E qualcosa di vero, lo dice anche il testo … e lo sai anche tu.
Settembre. Settembre è un mese vario … un po’ come i mercatini delle pulci, dell’usato o di comelovuoichiamre; si trova di tutto un po’: perché nei primi giorni siamo ancora legati all’estate e invece, guardaci, agli sgoccioli del mese non ci ricordiamo più nè il caldo nè le promesse estive; e abbiamo già comprato in gran segreto un trench, o per i meno modaioli, una giacca qualsiasi che ripari al primo giovane freddolino.
Ottobre: pff Ottobre è l’Autunno. Sono le castagne e Halloween. Natale si comincia ad avvertire laggiù in fondo. Lontano, lontano.
Ad Ottobre ci piace indossare il primo cappotto. Ci piace sentire il primo freddo sulla faccia. Ottobre è il nuovo, è la definitiva separazione dall’estate, che è presto diventata cosa vecchia. Carichi di speranza verso il futuro.
Novembre: Novembre è un mese di transizione, tra autunno ed inverno. Più freddo, più nebbia per alcuni, più lavoro, più voglia di natale in altri. Qualcosa che tende al di più, ma non ha una forma propria. Un mese un po’ antipatico, ma questo è solo un giudizio a priori, che vale solo per me, magari.
Niente di personale Novembre, non offenderti.
E finalmente arriviamo a noi:
Dicembre.Che mese sei?
Come dicevo poche righe fa, io percepisco che qualcosa se ne sta andando e allora mi metto a fare bilanci. Ecco dicembre è il mese del bilancio e dei desideri. Li esprimiamo, così, li buttiamo in aria, magari arrivano in testa a qualcuno e si avverano. Chi può dirlo.
E’ il mese in cui escono i film più attesi e anche i più brutti, i più inutili. Tanto dicembre accoglie tutto.
Dicembre è anziano, si porta sulle spalle il peso di un anno. Un anno che fino a poco tempo fa era nuovo, da scartare, e ora siamo già pronti a rottamarlo. Il tempo vola. Abbiamo già preparato spumante, cappellini e lustrini imbarazzanti in vista del cenone.
A Dicembre io ho voglia di Natale, ho voglia di lucette che si accendono, ho voglia di regali, ho voglia di tornare a casa e condividere il mio tempo con qualcuno. Ho voglia di dormire di più, ho voglia di vacanza. E sono curiosa di vedere cosa mi aspetta. Non so se il Natale lo sento davvero, ma da qualche tempo lo aspetto più volentieri. E vesto la casa con qualche piccolo addobbo. E ho creato una playlist apposita.
Come dicevo poche righe fa: Dicembre è il mese in cui ho voglia di ritagliarmi del tempo. Per godermi le piccole cose.
Del tempo da passare con le persone a cui voglio più bene, del tempo con le persone che meglio mi conoscono, del tempo per suonare, leggere, scrivere, disegnare, conoscere, conoscerti.
Del tempo, insomma. Il regalo più bello e forse quello più costoso.

Chissà come la pensate voi, pseudo lettori.
Mi piacerebbe ogni tanto sentire le vostre idee. Così.
Ammesso che sia qualcuno oltre questo schermo. Beh, se siete li ho voglia di ringraziarvi. Si, perché arrivate fino all’ultima parola del miei interminabili monologhi, perdonatemi non ho il dono della sintesi.
Eh si, vi ringrazio perché sapere che forse qualcuno legge queste pagine virtuali, queste schermate, mi sprona a fare ordine tra i miei pensieri disordinati; tra le mie immagini.

Dunque eccoci alla fine. Una manciata di righe ancora.
Oggi in treno, rientrando a una di quelle ubicazioni che chiamo casa, tra un piacevole capitolo di Hardy e un altro, mi perdevo a guardare fuori nell’oscurità.
Tutto buio e poi ogni tanto piccole luci, riunite. Città, paesi, macchine, strade, chiese, alberi di natale, fabbriche.
Bagliori di luce ad indicare una presenza umana. Siamo noi umani che abbiamo bisogno di luce per vivere. Luce elettrica, luce metaforica, si tratta comunque di essa. E pensavo a quante persone, proprio mentre io sedevo sul treno a guardare fuori, vivevano una vita diversa dalla mia, vivevano una loro routine. Ed è strano perché a volte ci concentriamo su noi stessi e dimentichiamo quanto dobbiamo ancora imparare.
Dicembre è un mese per riflettere, per dedicare più tempo e per condividere.
Ecco forse il suo carattere.

Ciao …
ah no, aspettate
Ecco qui sotto, solo per voi, un ritratto di Dicembre…
è un po’ timido, forse si vergona della sua “barba” bianca, ma eccolo ritratto dall’amica Eleonora Lunardoni, mia compagna di momenti e immagini da aspiranti designer o pseudo tali.

Ciao, alla prossima.

C.

luna

Ph: Eleonora Lunardoni

parole: Claudia Gelati

La gioventù da bus.

Bolzano.
Tra quella che oserei definire la mia casetta bolzanina e l’università, si interpone un tragitto in autobus di modica durata.
Si, è vero: a volte sembra infinito.
Soprattutto quando sei stanco o malato o terribilmente in ritardo. O, nella migliore delle ipotesi, tutti e tre i casi.
E allora sei lì, appeso via o appollaiato sul vellutino démodé del sedile, e preghi che nessuno, ma proprio nessuno suoni per scendere alla prossima. Perché dovete tutti scendere? E soprattutto, non potete svegliarvi più tardi, possibilmente in un orario coincidente con la mia assenza dal bus? Uff.
Ma pochi metri dopo realizzi che, anche se nessuno dovesse scendere alla prossima … qualcuno in qualche via remota del quartiere, sta aspettando proprio il TUO bus.
Ad ogni fermata, una perdita infinita di tempo, insomma. L’unica cosa che mi tocca fare è rassegnarmi.
E attendere.
Attendere.
Attendere.
Ma sai cosa c’è? C’è che a volte il bus diventa teatro di piccoli insignificanti episodi che, per chissà quale ragione, in questa sede acquistano senso; e diventano addirittura interessanti.
Vi è mai capitato di origliare, molto accidentalmente, una conversazione altrui in bus? Ecco sei lì, spettatore muto di frammenti di vita altrui. Confesso che a me capita, ehm, quasi sempre.
Sarà la noia, sarà il tempo che non passa, sarà che siamo tutti strizzati in un microcosmo, alla ricerca di un angolino tutto nostro per evitare di “sbaltarci” per terra alla prossima frenata.
Ecco spesso mi capita di perdermi nei discorsi degli altri, a volte li mescolo anche, immagino le loro vite giù dal bus.
Ti sembra proprio di partecipare alla loro vita.
Una ha passato il weekend con il fidanzato, quelli laggiù in fondo domani vanno al cinema, una signora parlava con le sue amiche del recente viaggio in Brasile e di quanto faccio caldo là ora, dato che è primavera. Trentasei gradi, ha detto.
E quando la storia si fa avvincente e tu sei coinvolto, quasi quasi conosci anche i personaggi e la cronologia degli eventi narrati … Scendono.
Scendono.
Se ne vanno proprio.
Non chiedono nemmeno se ho finito l’episodio, no no.
E non li rivedi più.
Forse.
Ecco, mi sento di precisare che non è che origlio per spiare… figuriamoci, ho già troppo da pensare.
Eh che accidentalmente cade l’orecchio, o il tuo sguardo inciampa nel suo.
Io però in bus non conosco quasi nessuno. Anzi … nessuno proprio. Mai.
Non ho nessuno con cui scambiare due stronzate per una manciata di chilometri.
Proprio per questo dovremmo fare come gli anziani.
Loro si che sono furbi.
Loro lo ingannano il tempo. Eccome.
Eh si.
Da una semplice cagata, riescono ad “attaccare bottone”, come si suol dire, con chiunque. Con chiunque, giuro.
Facciamo un esempio: banalissimo, stupidissimo e frequentissimo.
Il meteo.
Non so per quale arcano motivo la gente trovi così affascinante il fatto che una giorno possa esserci il sole e quello dopo piovere. Si, in verità è anche interessante, ma non così tanto da essere la scusa più utilizzata per iniziare un nuovo discorso con una nuova persona.
Ecco, dicevo, il meteo.
Allora facciamo che piove.
La dolce signora Lalla, aspetta il bus in via dei Pinpoli, vicino all’asilo del chiassoso nipotino. Il bus arriva e lei sale. Che fatica questi gradini. Sta obliterando il bigliett … il bus frena perché una gatto ha attraversato le strisce. Svraaam… La signora Lalla ruzzola leggermente in avanti. Il suo vergognoso ombrello rosa con le paperelle gialle, umidissimo, e vecchissimo (probabilmente trovato in qualche fustino del detersivo, alcuni millenni fa) precipita in caduta libera sui pantaloni nuovi beige del signor Tizio, vedovo, stempiato, affascinante; che sta in piedi vicino alla macchinetta, come un guardiano, e attende una manciata di fermate.
Ecco, già nata la conversazione.
Ecco la signora Lalla che si scusa e allo stesso tempo le prudono i piedi perché prova una vergogna immensa e vorrebbe scavare una fossa istantanea.
Come si può a nannanicinque anni fare ancora queste figuracce! Perbacco! Manco fossi una bambina. Con questo signore che ha un’aria oltremodo severa, per giunta.
Tizio è visibilmente adirato. Le narici gli si sono allargate lievemente, il sopracciglio destro è uscito dalla sua naturale sede brontolando. La sua mano passa più volte sui pantaloni umidini per tentare, invano, di asciugare l’orrida sventura.
Ma di fronte al fulmineo imbarazzo della dolce signora, non può sentirti che un pochetto sollevato. Povera signora, chissà che imbarazzo che prova. Il suo viso si è tinto di rosso e i suoi occhi vagano in cerca di un appiglio, evitandomi. Come quando eravamo giovani. Forse.
E’ così dispiaciuta.
Forse potrei evitare che pensi che sia terribilmente arrabbiato cone lei. D’altronde il velluto con la pioggia è sempre un problema. Forse potrei …
Ed ecco che Tizio si lancia, per attenuare l’atmosfera pesante. Forse.
Apre bocca e dice: -E pensare che un attimo fa c’era il sole.-
Lalla risponderà con una frase idiota sul tempo. Davvero idiota, ma su quel bus non
sembrerà così banale e fornirà lo spunto a Tizio per spostare la conversazione su un altro piano. Magari sulla pensione, o sui figli assenti o sui nipoti dolcissimi e iperattivi. O la crisi, argomento jolly.
Ecco vedi, stanno dialogando.
Ma guarda devono scendere alla stessa fermata. Via dei Giocolieri.
Aspetta scendo anch’… Ah no, a me mancano solo altre quindici fermate.
E li vedo allontanarsi.
Per noi giovini è tutto un altro pianeta, invece … forse percepiamo l’autobus come un terreno nemico.
Deve per forza essere così, perché davvero molto difficilmente ci troviamo a parlare con nostri coetanei, estranei fino ad un attimo prima.
A noi giovini piace scrutarci, magari da un lato all’altro del bus. Mmm guarda quella, l’ho giù vista in Uni venticinque volte, ma guai se la saluto. Forse mi cada la lingua se butto lì un misero, aggrovigliato “ciao”.
A noi giovini serve sempre una scusa per iniziare un discorso con qualcuno. Eh si, altrimenti ci sentiamo troppo stupidi.
O crediamo che gli altri ci percepiscano come tali. Ci serve una scusa furba, interessante, intelligentona. Perdiamo tutto il tempo a pensare alla scusa perfetta per aprir bocca e quando l’abbiamo trovata … uno dei due deve scendere. Di solito la nostra preda.
Che tristezza. Lancinante.
Nel mio piccolo cerco di cambiare qualche cosa, ma è davvero tanto, tanto, tanto, tanto, tanto difficile.
Nel mio particolare caso, poi, credo sempre di far fastidio a tutto e a tutti. A volte ho l’impressione che, essendo una ragazza, funzionerebbe meglio tono più svampito e svagato, piuttosto che la mia normale cadenza, molto vagamente timorosa. Per dirla fuori dai denti, ho l’impressione, ormai divenuta quasi una certezza, che ragazze maggiormente “carismatiche”, per così dire, ottengano risultati di gran lunga superiori in una nuova conversazione, rispetto, a chi come me, si fa mille problemi.

Ecco questa cascata di parole, giusto per introdurre, l’episodio di oggi.

Un uomo e una donna, anziani.
Lei si è appena alzata perché deve scendere. Lui è già in piedi. Iniziano a parlare.
Sento solo qualche frammento.
-Eh si, quando eravamo vecchi il tempo sembrava non passare mai, e ora che siamo giovani corre troppo veloce-
(Credo che il signor abbia fatto un inversione -voluta- degli aggettivi “giovani” e “vecchi”, rendendo la frase più accattivante.)
Risata della signora.
Silenzio.
Ed ecco la cosa più bella: si salutano. Tre volte.
Tre maledettissime volte.
Tre dolcissime volte.
Si, il signore la saluta una volta, augurandole buon lavoro.
Dato che il bus, soffocato dal traffico mattutino, impiega più del solito per raggiungere la fermata successiva, lui per tre volte, ad intervalli più o meno regolari, la saluta.
La saluta con la dolcissima forma di cortesia: -Di nuovo signora.-
Per tre volte.
In barba a tutti noi giovinastri impertinenti che non riusciamo a farci uscire nemmeno un “ciao”.
Abbiamo smarrito la poesia del quotidiano, signori. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci imponga di essere poetici. Probabilmente una pubblicità, dovrebbe ricordarci di esserlo.
Quel saluto così dolce e cortese questa mattina aveva un colore e un suono bellissimo. Pagherei oro se sapessi che qualcuno spreca il suo fiato per salutarmi tre volte così soavemente.

E per oggi la mia giornata si conclude.
Spero di non avervi annoiato troppo. Spero che questa specie di articolo vi abbia fatto sorridere, ma anche un po’ riflettere.
Spero che domani, in bus, in treno, per strada, al supermercato, qualcuno vi saluti tre volte. Dolcemente.
Qualunque sia la vostra età; cari, carissimi presunti lettori.
Spero, insomma.

un bus.

C.

Selezionare Pensieri.

Oggi, dopo parecchio tempo, decido di ricominciare a battere le dita sulla tastiera e far uscire qualche parolina, qualche pensiero; con lo scopo di sempre: comunicare.
In questo periodo di silenzio, non sono certo mancati gli spunti su cui riflettere e le situazioni a cui volgere la mia attenzione. Il fatto è che non tutti i pensieri possono trovare spazio su questo blocco digitale.
Bisogna selezionarli i pensieri, un po’ come si fa con i vestiti la mattina.
Allora si, questo maglione blu, lo metto con i pantaloni a righe e le calze che ho comprato ieri.
Allo stesso modo:
Si questa è una cosa che potrei scrivere, no oggi non voglio pensare negativo, voglio solo godermi la giornata.
Il vero problema è sempre però la selezione.
Io mi sveglio presto la mattina, eppure mi ritrovo a fissare l’armadio nell’attesa che il maglione stesso si faccia avanti per essere indossato.
Allo stesso modo mi perdo nei miei stessi pensieri. Montagne di situazioni che si accavallano nella mia testa, montagne di domande a cui io non so ancora rispondere, montagne di volti più o meno noti, montagne di dialoghi che si mischiano e si trasformano nell’eco del tuo vago ricordo.
E mi perdo in questa enormità.
Forse il problema è che penso troppo … penso alla gente, alla vita, a dove ho messo le chiave, a cosa mangiare, a chi vorrei parlare, a chi vorrei stringere la mano perché manifestargli la mia stima e il mio affetto, senza essere fraintesa.
O senza sembrare idiota, o di peso … o, nella maggior parte dei casi, tutte e tre le cose.
Ecco, cari presunti lettori, se non scrivo tanto spesso è perché mi perdo nel grande pozzo senza fine dei miei pensieri.
A volte mi piacerebbe che tutto quello che penso, prendesse automaticamente forma sulla carta. Sarebbe molto comodo.
Ho così tanto da dire che alla fine non dico niente. Non sono in grado di selezionare.
Tutto, niente, cosa, boh. No, allora.
Succede sempre così, anche nel mentre di una conversazione.
Penso a quello che potrei dire, al mio mondo interiore che vorrei trasmettere, che vorrei trasmetterti.. finisco per non dire niente.
Non sarebbe più comodo avere un cartello? un piccolo identikit per farci capire all’istante.
Oppure una cassettina, di quelle su cui anni fa si registravano le playlist e si riascoltavano nei walkman? Ecco si, una cassettina da consegnare alle persone che vorremmo conoscere o che stiamo conoscendo. Sarebbe più facile, eviterebbe i
fraintendimenti. Certo ci priverebbe del piacere di scrutarci, di cercare
di capire ciò che passa per le testa del nostro interlocutore in anticipo.
D’altronde non è una novità: niente è mai facile, bisogna guadagnarsi tutto.
Certo per alcuni, per alcune, a volte è davvero più facile.
A tal proposito, per accreditare maggiormente il mio modesto pensiero, propongo l’ascolto di un pezzo che trovo eccezionale: Cassette Tape di Katie Costello
Ecco per oggi ho detto quasi tutto, o almeno ciò che avevo selezionato per voi dalla casella “pensieri in arrivo”.
La speranza è quella di ricominciare a scrivere quasi quotidianamente su questa piattaforma, un po’ perché amo scrivere, un po’ perché ne ho bisogno per alleviare leggermente la solitudine, un po’ perché il pensiero che qualcuno legga i miei pensieri mi fa sentire utile, mi attrae per così dire.
Un po’ perché spero sempre che tu possa leggere.

“…I wish there was a social excuse to make you a cassette tape
I’d teach you all about my life from side B to side A
Fast forward, rewind…Whenever or never mind”
Katie Costello // “Cassette Tape”

C.